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Con l’arrivo del 5G, molte persone si chiedono se le antenne 5G facciano male e quali siano i pericoli per la salute legati alla tecnologia 5G. In questo articolo esploreremo in modo chiaro e semplice come funzionano le antenne 5G e cosa dicono gli studi sui rischi per la salute, cercando di separare miti e realtà.
L’antenna 5G vicino casa fa male?
In passato esisteva in Italia una distanza minima obbligatoria di 70 metri tra le antenne e le abitazioni. Oggi il nuovo Codice delle Comunicazioni Elettroniche non prevede più distanze minime: ciò che conta è il rispetto dei limiti tecnici di esposizione ai campi elettromagnetici.
In Italia, il limite legale di intensità del campo elettrico è fissato a 6 V/m, molto più basso rispetto ad altri Paesi europei, in linea con il principio di precauzione.
Ogni Comune stabilisce le zone più idonee dove le antenne 5G possono essere installate, valutando densità abitativa, infrastrutture e tutela del paesaggio.
L’iter di autorizzazione richiede:
- Contratto o delibera condominiale per l’installazione sul tetto;
- Presentazione di un progetto con valutazione dell’impatto ambientale e radiazioni;
- Approvazione da parte del Comune, dell’ASL e, se necessario, dell’ARPA.
Solo se l’impianto rispetta i limiti di legge, l’antenna può essere attivata. Eventuali violazioni possono essere segnalate e impugnate legalmente.
Le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (ARPA) controllano e verificano questi limiti sia prima dell’installazione di un impianto (valutazione preventiva) sia dopo l’attivazione (controllo sul campo). Questo assicura che gli impianti operino entro valori sicuri.
Le principali metriche per caratterizzare l’esposizione al 5G sono:
- intensità del campo elettromagnetico (EMF)
- densità di potenza (PD)
- tasso di assorbimento specifico (SAR)
Confrontando i limiti fissati da organizzazioni internazionali (IEEE, ICNIRP) e autorità federali (FCC) si notano differenze e tentativi di armonizzazione. Meno armonia si trova invece approfondendo le normative nazionali in oltre 220 Paesi: alcuni Paesi adottano limiti rigorosi (tra cui appunto l’Italia), altri non hanno regole chiare o piani di implementazione del 5G. Questo rende la distribuzione della tecnologia e la gestione dei rischi percepiti un equilibrio complesso.
Le antenne 5G possono essere pericolose?
Dal punto di vista sanitario, l’esposizione a campi elettromagnetici molto intensi e prolungati può avere effetti sul corpo, ma è importante non allarmarsi: i rischi concreti emergono solo a livelli superiori ai limiti di legge e in esposizioni continue, a prescindere dal 5G.
Secondo la scienza e le normative vigenti, non ci sono prove definitive che vivere vicino a un’antenna telefonica sia pericoloso. Le antenne emettono onde elettromagnetiche a radiofrequenza, considerate “non ionizzanti”, quindi incapaci di danneggiare il DNA.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) continua a monitorare la situazione, e le antenne rispettose dei limiti di legge non rappresentano un rischio significativo. In Italia, i limiti di esposizione sono tra i più bassi al mondo.
Se si sospetta che l’antenna 5G superi i limiti
Se un cittadino sospetta che l’antenna vicino a casa superi i limiti di legge, può richiedere un controllo all’ARPA tramite un esposto al comune. Se viene accertata una violazione, è possibile rivolgersi alla Procura della Repubblica, ai Carabinieri o a un giudice per impugnare l’autorizzazione all’installazione. La legge tutela il diritto alla salute: nessuna attività economica può essere condotta a discapito della sicurezza delle persone.
Cos’è l’antenna 5G
Per funzionare, il 5G richiede sia nuove antenne di tipo gNB (next-generation Node-B) distribuite sul territorio, sia dispositivi compatibili tra gli utenti.
Le antenne 5G sono componenti fondamentali della rete 5G, progettate per trasmettere e ricevere segnali wireless ad alta velocità e bassa latenza. A differenza delle antenne 4G, utilizzano tecnologie avanzate come il beamforming per dirigere i segnali verso gli utenti, migliorando qualità, efficienza e capacità di connessione. Operano su frequenze più alte, comprese le onde millimetriche, supportano numerosi dispositivi contemporaneamente e consentono applicazioni critiche come auto a guida autonoma, telemedicina e IoT. Alcune antenne 5G, nell’ambito del Fixed Wireless Access (FWA), possono essere installate nelle abitazioni per fornire connessione a banda larga senza fibra ottica.
Come accaduto con le precedenti tecnologie, l’introduzione del 5G ha suscitato sentimenti contrastanti: entusiasmo per le nuove possibilità, ma anche preoccupazione per la salute.
Le caratteristiche tecniche principali del 5G, come l’uso diffuso di MIMO e beamforming, la densificazione delle antenne sul territorio, le frequenze in banda millimetrica, la connessione di milioni di dispositivi IoT e la coesistenza con tecnologie precedenti, non comportano pericoli per la salute quando vengono applicati principi solidi di ingegneria delle comunicazioni. Sono inoltre state sviluppate strategie per ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici, intervenendo sui dispositivi, sulla progettazione della rete, sui protocolli di comunicazione e tramite regolamentazioni.
Da dove arriva la paura che il 5G aumenti i rischi per la salute
Molte persone associano automaticamente 5G e rischio per la salute. La paura è spesso alimentata dai social media e da fake news, portando alcuni comuni a vietare l’installazione di antenne sul proprio territorio o, in alcuni casi, a veri e propri atti di sabotaggio.
Molti timori derivano da teorie prive di fondamento scientifico, soprattutto per le frequenze sotto i 6 GHz. Tuttavia, per le frequenze più alte della cosiddetta banda millimetrica (mm-Wave) mancano ancora studi scientifici completi, motivo per cui alcuni ritengono che la sicurezza del 5G non sia ancora completamente dimostrata.
Più che dall’antenna 5G, i pericoli arrivano da vicino
Va ricordato inoltre che l’esposizione maggiore arriva dal cellulare stesso, soprattutto se si usa vicino alla testa, mentre stare vicino a un’antenna installata correttamente comporta radiazioni molto inferiori.
Va ricordato che, anche se le antenne rispettano i limiti, i campi elettromagnetici prodotti dai cellulari possono riscaldare i tessuti. È quindi prudente limitare l’uso del cellulare vicino alla testa e prediligere auricolari o vivavoce. Anche in questo caso, parliamo di precauzioni che prescindono dalla linea 5G.
Il 5G fa male? Cosa dice la scienza
La comunità scientifica concorda sul fatto che, entro i limiti di esposizione stabiliti dalla legge, non esistono effetti comprovati sulla salute derivanti dai campi elettromagnetici (EMF) del 5G. Tuttavia, la percezione di rischio tra il pubblico è molto più alta della realtà scientifica, a causa della frammentazione della ricerca tra diverse discipline (medicina, fisica, biologia, economia, diritto), del sospetto verso le istituzioni preposte al controllo dei rischi e della diffusione di notizie false che enfatizzano i presunti effetti nocivi.
Gli studi della Swinburne University sulla temperatura dei tessuti
Nel 2018, quando in Australia è stata annunciata la diffusione del 5G, il team del professor Andrew Wood della Swinburne University ha approfondito come l’energia elettromagnetica del 5G viene assorbita dai tessuti umani, contribuendo alle discussioni internazionali sulla sicurezza e sulla definizione dei limiti di esposizione.
Secondo Wood, l’effetto principale dell’esposizione al 5G è un leggero aumento della temperatura dei tessuti. Alcuni studi su animali e dati epidemiologici hanno suggerito possibili collegamenti tra esposizioni prolungate e alcuni tipi di tumori, ma i risultati non sono considerati conclusivi. Le frequenze più alte del 5G penetrano meno in profondità nel corpo rispetto a quelle più basse, per cui l’esposizione è concentrata soprattutto sulla pelle e sugli occhi, più che sul cervello.
Inoltre, i livelli di potenza in uso sono molto bassi e producono aumenti di temperatura di pochi decimi di grado, rendendo difficile rilevare effetti biologici chiari.
Wood evidenzia la necessità di trovare un equilibrio tra rischi e benefici: le tecnologie wireless portano vantaggi enormi e un’eccessiva prudenza potrebbe limitarne l’accesso proprio a chi potrebbe trarne maggiore beneficio.
5G e rischi per la salute: una prospettiva dall’ingegneria delle comunicazioni
Negli ultimi vent’anni numerosi studi hanno indagato gli effetti dei campi elettromagnetici a radiofrequenza sul corpo umano, in un intervallo che va da 100 kHz a 300 GHz, spinti dall’espansione delle reti wireless, incluso il 5G.
A differenza di raggi X o radiazioni UV, i fotoni RF non hanno energia sufficiente per danneggiare direttamente il DNA o provocare reazioni chimiche. L’effetto principale rilevabile è termico: le onde RF possono provocare un leggero riscaldamento dei tessuti, attraverso l’oscillazione delle molecole polari che produce calore.
Per proteggere la popolazione, l’ICNIRP ha stabilito limiti di esposizione, espressi come SAR (Specific Absorption Rate), che misurano quanta energia viene assorbita dai tessuti. Alcune preoccupazioni riguardano possibili effetti “non termici”, motivo per cui l’IARC ha classificato i campi RF come “possibilmente cancerogeni” (gruppo 2B). Uno studio del 2021 ha analizzato diverse ricerche su animali e sulla popolazione, sottolineando come i presunti effetti cancerogeni delle radiazioni a radiofrequenza non possono essere applicati direttamente alla tecnologia 5G, né alle antenne né ai dispositivi degli utenti. Molti studi su larga scala sono stati condotti inoltre in condizioni sperimentali che non rispecchiano l’uso reale del 5G.
Il 5G utilizza nuove bande di frequenza rispetto alle tecnologie precedenti: la C-band a 3,5 GHz, che bilancia copertura e velocità, e le bande millimeter wave a 26 GHz, con penetrazione limitata e adatte ad aree ad alta densità di traffico dati.
Studi recenti su fibroblasti e cheratinociti umani esposti a 5G a 3,5 GHz hanno mostrato effetti biologici molto limitati: la produzione di radicali liberi è stata modificata solo in alcune condizioni, senza impatti significativi sulla vitalità cellulare o sul funzionamento dei mitocondri.
L’impatto del 5G sullo stress ossidativo e sulla riparazione del DNA nelle cellule della pelle
Alcune ricerche suggeriscono che esposizioni a basse dosi possano indurre una risposta adattativa: le cellule diventano più resistenti allo stress e i danni al DNA si riducono quando affrontano agenti più nocivi. Questo fenomeno è stato osservato in batteri, lieviti, piante e mammiferi, comprese cellule umane. Tuttavia, non esiste ancora un meccanismo molecolare chiaro che spieghi come l’esposizione a livelli ambientali possa generare stress ossidativo o effetti genotossici, quindi la maggior parte degli studi resta empirica, basata sull’osservazione di marker biologici senza spiegazione diretta.
Uno studio del 2025 ha valutato se l’esposizione a segnali 5G modulati a 3,5 GHz potesse influenzare lo stress ossidativo e la riparazione del DNA nelle cellule della pelle umana. Per monitorare la produzione di radicali liberi, sono stati usati sensori avanzati in grado di osservare i ROS (Reactive Oxygen Species) in tempo reale sia nel citoplasma sia nei mitocondri, con esposizioni a livelli SAR di 0,08 e 4 W/kg.
I risultati hanno mostrato che né i livelli basali di radicali liberi né la risposta delle cellule a stimoli ossidativi noti sono stati modificati dall’esposizione al 5G.
Anche analizzando contemporaneamente due compartimenti cellulari, non sono state rilevate alterazioni della segnalazione ossidativa, nemmeno in presenza di stress esterni.
Questi risultati confermano studi precedenti e revisioni scientifiche internazionali, secondo cui i campi elettromagnetici a radiofrequenza non hanno effetti significativi sullo stress ossidativo. Per quanto riguarda frequenze più alte del 5G, come le millimeter wave (26–28 GHz), alcuni studi hanno riportato effetti variabili sugli animali, come riduzione della pigmentazione o modifiche ormonali, ma spesso senza controllare correttamente l’intensità del segnale o il riscaldamento dei tessuti.
Studi ben controllati su cellule umane non hanno invece rilevato cambiamenti significativi nei ROS, nella vitalità cellulare o nell’integrità del DNA.
Esperimenti di controllo con arsenico hanno confermato che il test era sensibile e funzionante. Ciò indica che, nelle condizioni analizzate, il 5G non induce meccanismi di difesa comparabili a quelli provocati da altri agenti stressanti.
Per quanto riguarda la genotossicità, una revisione di 159 studi in vitro mostra che l’80% degli esperimenti non rileva effetti significativi dei campi RF sul DNA. Studi sul DNA delle cellule della pelle umana dopo esposizione a UV-B hanno evidenziato una normale capacità di riparazione, senza differenze tra cellule esposte o non esposte a segnali 5G.
In sintesi, questo studio mostra che l’esposizione a 5G modulato a 3,5 GHz non aumenta lo stress ossidativo, non attiva risposte adattative e non interferisce con la riparazione del DNA nelle cellule della pelle, a temperatura costante.
Questi risultati sono coerenti con le valutazioni degli esperti internazionali e contribuiscono a chiarire il rischio biologico del 5G. Va ricordato però che gli esperimenti si sono basati su esposizioni acute (24–48 ore) in vitro; per capire meglio gli effetti di esposizioni croniche o ripetute saranno necessari studi futuri su modelli più complessi.
Mentre esistono molti studi sugli effetti biologici di campi RF sotto i 6 GHz, le ricerche sulle bande millimetriche (FR2) sono ancora limitate, e solo pochi studi riguardano specificamente il 5G.
L’esposizione al 5G e gli effetti sulle cellule di neuroblastoma
Un’altro studio recente, di ricercatori italiani, ha analizzato cellule di neuroblastoma umano (un tipo di cellula nervosa) per capire se i segnali 5G ad alta frequenza, in particolare quelli a 26,5 GHz, potessero causare danni.
Le cellule sono state esposte per 3 ore a due tipi di segnali: uno continuo e uno tipico del 5G. L’intensità del segnale era controllata e pari a un valore chiamato SAR di 1,25 W/kg. I ricercatori volevano verificare se queste onde potessero alterare il ciclo di vita delle cellule o danneggiare il DNA.
Per vedere se le cellule subivano stress o problemi nel loro ciclo vitale, è stata analizzata la loro divisione. Per controllare possibili danni al DNA, è stato usato un test chiamato Comet assay. È stato anche verificato se i segnali 5G potevano aumentare gli effetti di una sostanza chimica chiamata menadione, nota per danneggiare il DNA tramite molecole reattive dell’ossigeno (ROS).
Questo metodo permette di studiare in modo preciso e controllato come le frequenze 5G ad alta banda interagiscono con le cellule, aiutando a capire meglio la loro sicurezza biologica.
Per lo studio è stato creato un sistema sperimentale basato su camere riverberanti, pensate per garantire che l’esposizione delle cellule fosse precisa, uniforme e stabile. Questo setup permette di mantenere le cellule in buone condizioni senza influenzarne la vitalità o il ciclo di vita. Sono stati usati controlli “finti” per evitare errori inconsapevoli e controlli positivi, cioè trattamenti noti per provocare effetti specifici, così da verificare che il sistema fosse davvero sensibile.
I risultati mostrano che un’esposizione di 3 ore a 26,5 GHz con un SAR di 1,25 W/kg non ha modificato il ciclo cellulare né causato danni al DNA nelle cellule di neuroblastoma umano. Anche quando le cellule sono state esposte contemporaneamente a menadione, una sostanza che danneggia il DNA, non sono emersi effetti aggiuntivi: l’onda elettromagnetica non ha reso la sostanza più dannosa. Inoltre, non sono state osservate differenze tra i segnali continui e quelli modulati in stile 5G.
Questi risultati sono in linea con studi precedenti su frequenze più basse, come quelle sotto i 6 GHz, che non hanno rilevato effetti su attività neuronale, stress cellulare o morte programmata in diversi tipi di cellule. Lo stesso vale per studi sulle bande millimetriche (26–28 GHz), che generalmente non hanno trovato variazioni nella vitalità cellulare; solo in alcuni casi si è vista una lieve diminuzione della pigmentazione quando erano coinvolti stimolatori della melanina, forse legata a una riduzione delle molecole reattive dell’ossigeno.
Negli animali, i risultati degli studi con radiofrequenze sono stati variabili, mentre uno dei pochi condotti con vero segnale 5G modulato non ha mostrato effetti su funzioni fisiologiche o cognitive. Negli esseri umani, brevi esposizioni a 3,5 GHz modulati 5G non hanno evidenziato cambiamenti nell’attività cerebrale.
Questo lavoro è stato il primo a confrontare direttamente segnali continui e segnali 5G modulati a 26,5 GHz su cellule di neuroblastoma umano, includendo sia esposizioni dirette sia combinate con un agente chimico.
La scelta di questi modelli sperimentali permette di confrontare facilmente i risultati con quelli ottenuti nelle bande più basse del 5G.
In conclusione, nelle condizioni testate, il 5G a 26,5 GHz non modifica il ciclo cellulare, non causa danni al DNA e non interagisce con sostanze genotossiche. Questi dati contribuiscono a una valutazione basata sull’evidenza della sicurezza biologica del 5G nelle sue bande più alte.
Fonti:
- Chiaraviglio, L., Elzanaty, A., & Alouini, M.-S. (2021). Health risks associated with 5G exposure: A view from the communications engineering perspective. IEEE Open Journal of the Communications Society. Advance online publication. https://doi.org/10.1109/OJCOMS.2021.3106052
- Haidar, J., Nabos, P., Orlacchio, R. et al. Impact of in vitro exposure to 5G-modulated 3.5 GHz fields on oxidative stress and DNA repair in skin cells. Sci Rep 15, 31214 (2025). https://doi.org/10.1038/s41598-025-15090-w
- Sannino, A., Allocca, M., Scarfì, M.R. et al. Exposure to 26.5 GHz, 5G modulated and unmodulated signal, does not affect key cellular endpoints of human neuroblastoma cells. Sci Rep 15, 20614 (2025). https://doi.org/10.1038/s41598-025-04834-3
- Andrew Wood. What 5G means for our health. Swinburne University (2019)